Chi vuole uccidere Di Matteo

03.06.2013 19:14

E' il pm di punta nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Una fonte che si muove tra i servizi e Cosa Nostra ha avvertito che la sua vita è in pericolo. E la scorta non ha i mezzi per difenderlo

Una relazione di servizio riservata, consegnata al reparto scorte dell'Arma dei carabinieri, avverte: le misure di protezione per Nino Di Matteo, il pm di punta del processo sulla trattativa Stato-mafia, hanno delle falle che mettono a rischio la sicurezza del magistrato e della sua scorta, tutta composta da carabinieri.

L'allarme per l'incolumità del magistrato di Palermo è alto da tempo, ma è diventato altissimo dagli inizi di aprile, dopo una lettera anonima che allertava Di Matteo: è in fase organizzativa un attentato simile a quello costato la vita a Paolo Borsellino il 19 luglio del 1992. Stavolta, nel mirino di Cosa nostra "e degli amici romani di Matteo" (il superlatitante di Castelvetrano, Messina Denaro, ndr), ci sono Di Matteo e i carabinieri della sua scorta, spiati nei loro movimenti per più di un mese dai "picciotti" della mafia.

La relazione, consegnata al reparto dell'Arma che si occupa della tutela delle "personalità a rischio", ha aggiornato ad una decina di giorni fa lo stato delle cose. I carabinieri che scortano il magistrato non hanno armi adeguate per rispondere al progettato attacco di cui parla l'anonimo, un personaggio che sembra graviti in quell'area indefinita tra servizi segreti infedeli e mafiosi. E non sono neanche dotati di un'apparecchiatura sofisticata ma efficace, il "bomb jammer", una valigetta scanner che neutralizza i telecomandi utilizzati per innescare ordigni esplosivi. Una misura di difesa preventiva su cui ha puntato l'attenzione, pochi giorni fa, anche Salvatore Borsellino, l'ingegnere fratello del magistrato Paolo, e fondatore del movimento "Agende Rosse" che si batte perché la sicurezza di Di Matteo non venga affrontata in modo "burocratico".

L'anonimo che ha scritto segnalando la decisione di Cosa nostra di organizzare un attentato contro Di Matteo e "un magistrato palermitano che lavora a Caltanissetta", ha già dimostrato di avere informazioni di prima mano: ha segnalato ai pm della Procura antimafia di Palermo il caso della sparizione di documenti dalla borsa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa subito dopo il suo omicidio. Una circostanza che è stata riscontrata e si è rivelata esatta. 

 "La protezione di Di Matteo non è mai passata dall'attuale livello 2 al livello 1, il massimo sistema di protezione esistente. Le forze impiegate per tutelare il pubblico ministero palermitano comprendevano l'assegnazione di due macchine blindate con cinque uomini armati, e una macchina che si occupi della bonifica lungo il tragitto percorso per verificare la presenza di eventuali ordigni. Il potenziamento è solo apparente, in quanto ci si è limitati ad aggiungere altri due uomini armati e una macchina non blindata, che quindi può essere facilmente annientata da un eventuale attentato anche con pistole e mitragliatrici". 

Un grido d'allarme che non può passare inosservato. Tra i carabinieri addetti alla protezione di Di Matteo, tra l'altro, ce n'è uno che nei giorni scorsi ha denunciato in un esposto di essere stato bloccato dai suoi superiori nelle indagini che avrebbero potuto portare alla cattura di Matteo Messina Denaro: si chiama Saverio Masi ed è il caposcorta del magistrato. Masi aveva visto a Bagheria, nel 2004, il boss di Castelvetrano avvicinarsi ad una villetta poi risultata di proprietà di un professionista in qualche modo legato al boss Giuseppe Guttadauro, imparentato con Messina Denaro. 

In un esposto diretto alla procura di Palermo, Masi ha raccontato che i suoi superiori gli dissero: "Non hai capito niente allora? Lo vuoi capire o no che ti devi fermare? Hai finito di fare il finto coglione?". Stessa linea subita anni prima quando Masi, era il 2001, individuò un contatore dell'Enel, all'indomani della cattura del boss Benedetto Spera a Belmonte Mezzagno, che forniva elettricità ad un casolare apparentemente disabitato e dove poi si è scoperto era nascosto Bernardo Provenzano. Giorni fa un altro carabiniere, il luogotenente Salvatore Fiducia, ha messo a verbale la sua denuncia: anche lui è stato ostacolato dai superiori nelle indagini che avrebbero potuto portare a "Binnu" Provenzano, l'allora latitante capo di Cosa nostra propenso alla linea del "dialogo" con lo Stato.

 

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